Non è Nostalgia
Di Don Vittorio Montagna
parroco di Chiampo-Nogarole-Alvese
Cinquant’anni di Solidarietà Umana. Anni pieni di vita, donata e ricevuta, vita piena di senso. Qualcuno, presente agli inizi, è ancora attivo, con il suo carico di anni, di esperienza, con lo stesso entusiasmo. Molti hanno già udito le consolanti parole del Giudice misericordioso: “Avevo fame e mi avete dato da mangiare… Venite benedetti nel Regno del Padre mio…”.
In quegli anni (siamo nel 1969) la società era in ebollizione: contestazioni, inizio di un terrorismo scellerato, voglia di cambiare il mondo e la Chiesa, parole senza fine, derive ideologiche, gruppi terzomondisti, diritti rivendicati (magari senza i relativi doveri), entusiasmi e delusioni, libertà gridata e praticata… In una parola: contestazione. Ricordo anch’io la tentazione e il rischio di essere risucchiato da una corrente che poi non sapevi dove ti avrebbe portato. Sembra passata un’epoca, anzi è passata un’epoca. Chi e che cosa è rimasto e continua vivo?
Sono rimasti coloro che si sono rimboccati le maniche, coloro per i quali i poveri non erano un “discorso”, ma persone in carne e ossa da incontrare e amare, coloro che portavano nel cuore una fede viva nel Signore Gesù, coloro che hanno continuato ad amare la Chiesa e a viverci dentro, nutrendosi della grazia dei Sacramenti. SOLIDARIETA’ UMANA è rimasta perché è fatta di questa gente: uomini sodi, cristiani convinti, che non rincorrono gli incantatori di turno, ma guardano diritto al cuore del fratello.
Ricordo MOMI BEVILACQUA, uno dei fondatori di Solidarietà umana. L’ho conosciuto negli anni ’70 quando mi preparavo a partire per il Brasile: ricordo la sua parola schietta, la sua fede semplice, moderna e tradizionale insieme, fatta di Parola di Dio e di Rosari, la sua passione per l’uomo
sofferente, la voglia irruente di fare tutto il possibile per migliorare il mondo… Momi allora era anche l’animatore instancabile del Movimento Laici per l’America Latina. Negli anni trascorsi in Brasile (1979-1985) le sue lettere mi raggiungevano puntuali diverse volte all’anno, per incoraggiarmi, per offrire sostegno e aiuto. Non conoscevo tutta la sua attività solidale e missionaria, ma oggi ne vedo i frutti. Lo sappiamo tutti: i frutti si consumano in fretta. L’albero grande di Solidarietà Umana ha bisogno di nuovi e giovani rami. E’ la sfida che gli amici dell’Associazione hanno ben presente e che certamente vogliono affrontare con tenace speranza.
Non accenno neppure alle tante iniziative di Solidarietà Umana: ne parla diffusamente il presente opuscolo.
A me è stato chiesto di raccontare qualcosa dei miei anni vissuti in Brasile. Lo faccio volentieri e in modo molto sintetico.
Inizio con una premessa: non è c’è nulla di straordinario e tanto meno di eroico in quello che ho fatto. Sono tentato di dire che ci vuole più fede, più disponibilità, più spirito di sacrificio, più intelligenza e più cuore a “fare” il prete qui in Italia che non in America Latina.
Avevo dato al vescovo la disponibilità a partire, per sostituire eventuali nostri preti che ritornavano in diocesi: c’era in me un certo volontarismo quasi sessantottino, ma in cuor mio speravo che il vescovo non accogliesse la domanda. E invece… Poi il Signore ha fatto il resto.
Nel maggio 1979 parto con un amico, don Piero Melotto, un vero cuore missionario: lui si fermerà in Brasile tre anni più di me, e in seguito (dopo una breve parentesi in diocesi) andrà in Thailandia e inizierà la missione del Triveneto in quella terra.
Dopo appena un mese dal mio arrivo mi ritrovo a essere parroco di Orizona, una parrocchia di 14.000 abitanti in diocesi di Ipamerì nel Centro-Ovest del Brasile, sparsa in un territorio grande come la provincia di Vicenza. Il portoghese lo balbetto appena, ma sono giovane e lo imparo in fretta. Generoso lo sono sempre stato. E così corro, predico, celebro, mi do da fare, costruisco case, soccorro tanti poveri… in compagnia di don Piero nei primi tre anni e poi da solo. Non c’è misura, e così mi ritrovo senza forze, letteralmente “esaurito”, come la mia Panda quando manca il carburante. Solo che, a differenza di un’auto, i segnali non ci sono: è come un ramo che si spezza all’improvviso. Tiro avanti con l’aiuto di medicine e poi, quando mi dicono che c’è un prete che verrà a sostituirmi, torno in diocesi.
Da allora sono passati tanti anni. E mi stupisce che il legame non sia venuto meno. Con le nuove tecnologie i contatti si sono fatti più facili, e mediamente ogni giorno ricevo almeno un whatsapp da questo o quel parrocchiano di Orizona. Che cosa resta in me di quel tempo?
Rimane tutto quello che ho vissuto anche se non so dirlo con parole adeguate. Qualcosa però provo a comunicare:
- I poveri sono persone e non solo bocche da sfamare; vanno trattati con rispetto, ascoltando le loro sofferenze le loro gioie.
- Là, come qui, quello che conta e che permette un annuncio di speranza è la relazione, e la relazione buona è fatta di gentilezza e accoglienza.
- Il Signore e la sua Chiesa sono ovunque; la fedeltà al Signore e l’obbedienza alla Chiesa sono la prima opera missionaria.
- Vedendo la fede semplice di quel popolo mi sono riconciliato con la pietà popolare, quella che è presente anche qui e che nutre tanti fedeli.
- Il parroco è un pastore, non un addetto al culto o alla catechesi o alla carità, e come tale cammina (direbbe papa Francesco) davanti, in mezzo e dietro il suo popolo.
- C’è di sicuro dell’altro, ma non ne ho chiara evidenza.
Nei molti anni successivi all’esperienza brasiliana credo di aver vissuto esperienze e imparato cose non meno significative, per cui ripeto che l’eroismo di chi parte non va sovradimensionato, mentre la fatica di chi vive e opera nelle nostre parrocchie va maggiormente riconosciuta.